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Giuseppe Valadier: un talento precoce per l’architettura e il restauro

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Giuseppe Valadier: un talento precoce per l’architettura e il restauro

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Giuseppe Valadier fu un enfant prodige del panorama architettonico della Roma neoclassica.
Ha una formazione particolare perchè dimostra fin da subito un grande talento ed una vocazione in ambito architettonico, ma durante gli studi lavora con il padre, noto orafo romano e da questo impara anche il suo mestiere.
Abbiamo quindi un Valadier che già tredicenne vinse un ambito premio aggiudicandosi la Medaglia d’Oro del Concorso Clementino dell’Accademia di San Luca, che si occupa appunto della valorizzazione dei talenti giovanili nei vari settori delle arti.
La sua formazione con il padre lo avvicino però anche ad altre forme artistiche e Valadier ebbe anche esperienze come pittore, ma anche in arti meno nobili come la falegnameria, fu inoltre scalpellino e muratore.
Questa formazione gli consente di comprendere appieno i vari aspetti che compongono una architettura, dalla ideazione alla realizzazione. Valadier quindi è un talento immenso, ma con una conoscenza chiara e precisa del mondo di quest’arte così particolare.
Nasce nel 1762, a Roma e qui vivrà e lavorerà tutta la sua vita.
Il panorama in cui si muove è legato alla figura di suo padre, infatti è grazie a lui, grande amico di Pio VI, che ottiene il titolo di architetto dei Sacri Palazzi nel 1781 (quindi nemmeno ventenne).
Vive principalmente a Roma appunto, ma la formazione di Valadier prevede anche dei viaggi nel Nord Italia, dove vede, amplia le proprie conoscenze e le riporta nel suo bagaglio a Roma.
Molte le sue opere, anche in ambito di restauro architettonico. Le più note famose sono i suoi interventi sull’arco di Tito e sul Colosseo. In questo ambito in realtà la figura di Valadier risulta particolarmente significativa.
Il restauro architettonico era una disciplina ancora nascente. L’intervento critico sui beni del passato era ancora non focalizzato e in pochi anni Valadier ed un altro architetto romano Stern si trovano a mettere mano ad uno dei monumenti simbolo dell’antichità classica, segnando un punto di inizio per il dibattito disciplinare in Italia. Sono infatti degli anni tra il 1806 e il 1815 che i due realizzano due interventi molto diversi tra loro. Da un lato Raffaele Stern realizza lo sperone in mattoni in corrispondenza di una porzione in fase di crollo che consolida con le geometrie deformate e con un materiale diverso. Valadier invece mise a punto sia per il Colosseo che per l’Arco di Tito un sistema di intervento che prevedeva una ricostruzione per analogia di alcune porzioni dei monumenti.
Questa pratica però non ottenne sempre un buon riscontro, attirò ad esempio le ire di Stendhal che a tal proposito si lamentò del fatto che con il restauro fu tramandata ai posteri solo una copia dall’arco e non l’originale.
Lavoro anche come orafo dopo la morte del padre e numerossissimi furono i suoi progetti sulla città anche dal punto di vista urbanistico e della formazione di giardini.
Insomma una figura talentuosissima che terminò la sua carriera come Maestro di Architettura all’Accademia di San Luca, proprio la prima che onorò il suo talento. Nella vita certi cerchi si chiudono.

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